Il linguaggio dell’incontro

In quest’opera di Michelangelo che si trova nella Cappella Sistina, si realizza l’incontro con l’altro, c’è una volontà all’incontro. L’attenzione si concentra sul gesto delle due mani, che si avvicinano senza mai toccarsi (il dettaglio ingrandito sotto è forse l’immagine più famosa ad indicare l’incontro). La mano di Dio è come se desse un ordine: l’indice è puntato con gesto autorevole mentre la mano di Adamo è come in attesa di ricevere energia, fa ancora fatica a reggersi, il braccio è appoggiato sul ginocchio. Anche gli sguardi confermano: l’uno è fisso, diretto con precisione, l’altro leggermente reclinato, di sottomissione. In merito a questo incontro la critica ha interpretato la vicinanza fra le dita come una scintilla di energia che potrebbe scoccare fra i due indici.

Si può ipotizzare che il divino soffio della vita si realizzi nel quasi contatto, un contatto che non potrà mai realizzarsi appieno in quanto esprime l’amore del Padre per il figlio (inteso però come sua creatura) ma anche il divario incolmabile fra l’infinito e l’umano che non saranno mai uniti. Ed ecco quello che mi colpisce di più, l’amore del padre per il figlio, il quasi-contatto. Quest’immagine delle due mani può rappresentare benissimo la relazione fra me e mio padre. Nonostante quella mancanza di contatto totale sentivo il suo amore per me e anche la distanza quasi l’incapacità di toccarsi. Solo dopo la sua morte siamo riusciti a toccarci, lui continua ad esistere dentro di me ed è molto più vicino di quanto non lo fosse in vita. Dentro di me è avvenuto l’incontro fra il ‘divino e l’umano’.

Mio padre è morto quando io ho iniziato la scuola di specializzazione e il seminario sull’incontro si è svolto un anno dopo la sua scomparsa ma anche quando quel quasi-contatto che abbiamo avuto tutta la vita si è trasformato in un incontro dentro di me.

Conoscendo il pensiero di Napolitani credo sia impossibile non ripercorrere il proprio passato facendo una lettura diversa, cercando di capire quale sia stato l’intenzionamento (per Napolitani il soggetto umano si costituisce in relazione ad un gruppo originario, non è concepibile un individuo se non in rapporto con l’ambiente e al tempo stesso non è concepibile un ambiente senza un individuo che lo concepisce). L’individuo è composto dall’IDEM (ossia l’insieme delle esperienze relazionali, affettive, intellettive sedimentate nella storia di ognuno), con cui anche io sono nata e quanta fatica ho fatto per permettere al mio AUTOS (ossia la disposizione attiva a riorganizzare il proprio rapporto con il mondo) di fare dei cambiamenti all’IDEM

Mia madre non voleva più figli dopo mio fratello concepito a 19 anni e cresciuto in simbiosi con lei, mio padre è sempre stato escluso da quel rapporto e dopo dieci anni decide di concepire una figlia malgrado le proteste di mia madre. Eccomi già con un grande carico di aspettative addosso, soddisfare il bisogno di amore di mio padre. Sono cresciuta con la nonna paterna in un rapporto altrettanto simbiotico simile a quello di mamma con mio fratello. Una madre poco accessibile e poco disponibile per me, ha iniziato a lavorare poco prima di concepirmi e io dormivo in camera con i nonni, mio fratello aveva la sua stanza e i miei genitori la loro. Un incontro con il mondo mediato dalla nonna molto religiosa e protettiva, l’oratorio, il catechismo, l’associazione cattolica, ragazzi, la messa domenicale, il coro della chiesa e il rosario pomeridiano con le amiche di nonna. L’incontro con l’ambiente, l’incontro con le cose, l’incontro con l’altro tutto mediato da degli occhiali pregni di ipocrisia cattolica.

Ma trattiamo della tematica: Incontro inteso come “andare verso”, creare un contatto con l’altro, fuori da noi ma anche dentro di noi.

Poco dopo la trattazione del testo sull’incontro ho visto un film che ha risuonato ulteriormente nella mia storia familiare “Nise e il cuore della follia”, racconta di una psichiatra Nise da Silveria che inizia lavorare in un centro psichiatrico a Rio de Janeiro. Siamo nel secondo dopoguerra quando Nise rifiutò i metodi cruenti usati all’epoca per curare la schizofrenia. Era circondata da colleghi (tutti uomini) sostenitori di “grandi innovazioni scientifiche” come l’utilizzo della lobotomia e dell’elettroshock. Contraria alla violenza decise di utilizzare per la cura della schizofrenia un metodo basato sull’affetto e l’arte. Ovviamente il suo operato fu subito criticato ed ostacolato il più possibile. Nonostante le difficoltà che incontrò ed i pochissimi mezzi che aveva a disposizione, trasformò vecchie e luride sale ospedaliere in atelier di pittura e scultura, laboratori di cucito e di giardinaggio. Mise al centro delle sue cure l’attenzione al paziente, prima di tutto considerandolo e trattandolo come essere umano estremamente fragile, viste le condizioni in cui questi poveri disgraziati si trovavano. Riuscire a rappresentare la loro realtà, quella interiore, contribuì a far emergere traumi e fantasmi del passato (spesso causa del ricovero).  I progressi furono sorprendenti e qualcuno arrivò alla guarigione…

Ho pensato che la realtà potesse essere romanzata per gli scopi del film. Personalmente ho, invece, un vissuto diverso; ma i personaggi del film assomigliano molto agli ammalati dell’ospedale psichiatrico di Volterra.

 E qui si apre un altro capitolo, quello del mio incontro con la follia.


Breve premessa storica

La realtà della follia mi ha sempre accompagnato, i miei genitori erano entrambi infermieri psichiatrici al manicomio di Volterra, uno dei più grandi in Italia. Fu istituito all’interno dell’ex convento di San Girolamo nel 1888 il primo padiglione destinato ad ospitare gli alienati.

Successivamente si espanse con officine, servizi e una grande azienda agraria, e divenne uno dei più grandi manicomi in Italia. Questa sua crescita rese il San Girolamo totalmente indipendente dal resto della città ad un punto tale da creare una propria moneta interna, per evitare al massimo i contatti con l’esterno. Il suo sviluppo termina nel 1935 con la creazione dei padiglioni Charcot e Ferri, quest’ultimo a carattere giudiziario.

Nonostante il lavoro svolto dal direttore Scabia dal 1900 al 1934 mirato principalmente sull’ergoterapia, la terapia del lavoro, e alla limitazione dei metodi di contenzione, all’interno del manicomio si è continuata a respirare un’aria di reclusione carceraria fino al 1963, anno in cui entrò in contatto con il movimento antipsichiatrico. Scabia andò in pensione nel 1934 e morì poco dopo, decise di farsi seppellire nel cimitero dei pazzi insieme ai cadaveri non reclamati dalle famiglie.


Ex manicomio di Volterra.
Ex manicomio di Volterra.
Ex manicomio di Volterra.

Mio padre ha iniziato a lavorare all’ospedale psichiatrico nel 1957 fino al 1994, praticamente ha vissuto tutta l’evoluzione del trattamento psichiatrico fino alla chiusura dei manicomi, mentre mia madre dal 1968 al 1996. All’epoca mio padre entrò come trattorista nell’azienda agricola dell’ospedale in seguito, dopo un breve corso, fu inserito a lavorare nei reparti come ‘guardia’. Le ‘guardie’ o ‘sorveglianti’ eseguivano quanto gli veniva detto dai primari psichiatri, il confine fra follia e realtà era molto labile, mio padre mi ha sempre detto che spesso non riusciva a capire la modalità di trattamento della malattia mentale basata sulla contenzione a letto, l’elettroshock e i bagni freddi. Solo successivamente furono inseriti i primi farmaci antipsicotici in via sperimentale. Il personale non era formato e solo in seguito sono stati fatti fare dei corsi per acquisire il titolo di infermiere psichiatrico, ma prima quasi tutti hanno dovuto sostenere l’esame della terza media che né mio padre né mia madre avevano sostenuto. Gli unici strumenti relazionali e in dotazione al personale erano il buon senso e l’umanità. Il lavoro consisteva soprattutto nella contenzione a letto per quelli pericolosi, la cura personale e alimentare. Le camere avevano spesse inferiate simili a quelle delle carceri. All’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra, infatti, fino al 1963 veniva applicata la legge n. 36 del 1904: “la struttura sanitaria e assistenziale era di tipo gerarchico, piramidale dove ognuno era responsabile delle proprie azioni solo nei confronti delle persone da cui dipendeva direttamente. Era il primario che distribuiva gli ordini a tutto lo staff: gli infermieri eseguivano gli ordini e i pazienti li subivano. Non c’era nessun tipo di rapporto tra lo staff tecnico e i pazienti che venivano strumentalizzati. Il clima era carcerario”. Le lettere che i pazienti scrivevano ai familiari non venivano mai consegnate alle famiglie, ma semplicemente raccolte all’interno delle cartelle cliniche. Dal 1963 si iniziarono i passi verso una riforma per arrestare il rigido regime che si era instaurato. Le necessità erano quelle di sensibilizzare il personale e stabilire delle regole di vita dei pazienti decise in modo comunitario in base alle singole situazioni. Dopo l’entrata in vigore della legge 180/78 vennero bloccati nuovi ingressi e i malati con una famiglia rientrarono a casa. Gli infermieri andavano a portare la terapia farmacologica a domicilio. Nel 1978 venne pubblicato il libro “Corrispondenza negata”, epistolario contenente tutte le lettere originali ed integrali scritte dai ricoverati e mai spedite alle famiglie. Molti erano i pazienti al suo interno con una storia assai bizzarra. Il più famoso tra tutti è sicuramente Oreste Nannetti, meglio noto con lo pseudonimo di N.O.F.4, nato a Roma il 31 dicembre 1927 e morto a Volterra il 24 novembre 1994. Famoso perché Oreste ha creato un’opera d’arte fra le più importanti al mondo dell’Art Brut.

Graffiti di NOF4 sul muro del manicomio di Volterra

Una storia particolare quella di Oreste, una storia di negazione, la vita di un povero figlio indesiderato (figlio di NN), da dimenticare, da cancellare. Ma proprio per questo è riuscito a lasciare una traccia indelebile incidendola sul muro del reparto dove era ricoverato, il Ferri, reparto penitenziario. Ha inciso sulle mura un mastodontico e immenso “libro graffito”: lungo 180 metri per un’altezza media di due, il graffito è stato realizzato utilizzando la fibbia del panciotto (che tutti i ricoverati indossavano) per incidere l’intonaco. Ritrovate anche numerose cartoline, mai spedite e indirizzate a parenti immaginari: altro tentativo di vincere le voragini di un’impensabile solitudine. Attraverso i suoi scritti e graffiti Nannetti scrisse la sua vera storia, la sua vera realtà. Il suo lavoro fu osservato da un infermiere che incaricò un fotografo di fotografare quanto prodotto sulle pareti del reparto e tentò di trascrivere quanto era scolpito sull’intonaco come se stesse scrivendo su pagine di un libro. In questa dimensione, Oreste non era Oreste, bensì un “astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale“, “santo della cellula fotoelettrica“, e si presentava con i nomi di Nanof, Nof, e soprattutto NOF4. La sigla stava a significare “Nannetti Oreste Ferdinando”, “Nucleare Orientale Francese”,

oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola che gli era stato attribuito all’entrata nell’ospedale. Quante moltitudini può possedere al suo interno un uomo che si autodefinisce “Nazioni”? Come ingegnere minerario i suoi graffiti servivano per accedere alle insondate profondità della psiche. In esso egli scrive che “il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico; sono materie viventi le immagini che hanno una temperatura, e muoiono anche due volte”.

Ecco il ‘mio’ Oreste non ha avuto la fortuna di avere una psichiatra illuminata come Nise, ha lottato contro la sua solitudine graffiando le mura che lo hanno tenuto rinchiuso per oltre trenta anni. E’ il graffito anche io ho tentato di decifrare da adolescente quando il reparto ormai chiuso era diventato luogo da esplorare per noi giovani trasgressivi e curiosi di entrare a vedere quei luoghi così misteriosi e prima inaccessibili. Ed ecco l’incontro con la memoria: i miei ricordi con il ‘manicomio’.. eccollà che si affacciano prepotentemente in queste immagini quasi a significare che i pazienti si assomigliano. Ero bambina quando mi capitava di andare dentro il teatro dell’ospedale psichiatrico, nella mensa e nello ‘spaccio’ interno dove si trovava un po’ di tutto: giornali, libri cartoleria vestiti biancheria tabacchi giocattoli ecc.. era un luogo ambitissimo, inoltre frequentavo nel teatro un corso di chitarra e per me era ‘normale’ ritrovarmi con questi strani personaggi che erano molto affettuosi con i miei genitori, per loro riferimenti affettivi.

Nel mio paese l’ospedale psichiatrico era in periferia, composto da vari reparti e basato sull’ergoterapia, vi erano molte serre e venivano coltivati anche dei fiori. I miei ricordi sono essenziali e soprattutto si basano su flash visivi di personaggi che spesso circolavano negli spazi comuni. Quando la legge Basaglia arrivò a Volterra (secondo ospedale in Italia ad aprire le porte) lo scompenso fu clamoroso. Mio padre era andato a fare il corso a Trieste con Basaglia per portare anche a Volterra le novità introdotte dalla legge 180. Ricordo le telefonate che il babbo faceva la sera a casa per condividere con mamma, moglie ma anche collega le sue impressioni. Io chiedevo il mio regalo: topo gigio parlante, il mio idolo all’epoca. Poi i ricordi si fanno più confusi perché a casa mia suonavano il campanello gli ammalati che messi in libertà da un giorno all’altro avevano invaso la cittadina, venivano a trovare i miei genitori a casa per cercare rassicurazioni e per chiedere cosa dovevano fare, per salutare e prendersi un caffè. Non era possibile non accoglierli, erano strani, avevano paura, si erano ritrovati liberi di andare senza sapere dove. Molti altri (i più fortunati?), erano stati rimandati presso le famiglie che da un giorno all’altro si sono ritrovate in casa familiari che non vedevano da anni e che non sapevano come gestire. I miei genitori partivano in auto per andare nelle case a portare le terapie per gli ammalati e si trovavano di fronte a situazioni peggiori di quelle viste in ospedale: totale abbandono e disperazione. Io avevo il mio topo gigio parlante ed ero felice, inconsapevole anche se sentivo i miei genitori parlare e lamentarsi della nuova organizzazione. Non sapevo all’epoca che la follia avrebbe accompagnato la mia esistenza e che un giorno ne avrei fatto un lavoro.

Oggi ho ‘ereditato’ da mio padre le chiavi del reparto e delle cinghie di contenzione che custodisco gelosamente nel cassetto del mio comodino per non dimenticare quanto l’ignoranza imprigioni la diversità e che come ha detto il grande Basaglia “Visto da vicino nessuno di noi è normale”.

Ed eccoci il tema dell’elaborato: l’incontro, il linguaggio dell’incontro. E quando finalmente ho incontrato Napolitani e ho fatto mie le sue idee, i suoi concetti ho scoperto che nel mio condominio interno c’è una moltitudine di persone… E non sono sola. Napolitani ci dice che l’intenzionamento ci condiziona l’esistenza. Ed eccoci tornare al senso, il senso dell’esistenza…un altro incontro con un altro linguaggio quello emotivo, dei ricordi, delle emozioni, il più difficile da decifrare. Ma ho incontrato delle lenti per ‘leggere’ il mio sentire, per interpretare e dare un senso alla mia vita. Un percorso che mi ha portato a conoscere, incontrare e sentirmi parte di un mondo che viaggia verso un obiettivo. Ogni incontro mi insegna qualcosa e mi consente il riattraversamento degli universi relazionali in un continuo scambio fra l’universo del reale del simbolico del relazionale.

Questo mio elaborato è stato scritto in varie tappe temporali, quindi adesso ho assemblato i vari scritti della trattazione in quanto le mie riflessioni in merito al tema sono mutate in seguito agli eventi sconcertanti avvenuti ultimamente. Non potevo non tenerne conto in quanto l’isolamento forzato da diffusione del covid19 ha decisamente trasformato il concetto di incontro. Tenendo in considerazione che: solo il fatto di esistere è una modalità di incontro in quanto il nostro incontro con il mondo può essere considerato un fenomeno…

Concludo in maniera molto personale, grazie a tutti coloro che ho incontrato nella mia esistenza e grazie al mio ‘babbo’ che mi ha condotto in un percorso verso la realizzazione del mio progetto di vita.

Dott.ssa Sabrina Signorini


Bibliografia ed immagini esplicative:

  • Testo base: F. Pieroni il linguaggio dell’incontro
  • Napolitani D. individualità e Gruppalità
  • Lippi A, Sansoni G, Il sostenibile peso della follia tipografia Nuovastampa ponsacco 2018
  • Rivista di Neuropsichiatria I-II 1997 Ed. Il Cerro
  • Di Giacomo Umberto L’assistenza psichiatrica odierna Edizioni Mediterranea Roma 1960
  • Neopsichiatria I/IV/1983 Luigi Scabia e l’Ospedale Psichiatrico di Volterra

Sitografia:

Il linguaggio dell’incontro